| indice mappa sensibile Stupenda? Meravigliosa? fantasmagorica? di Francesca Zanetti Tre Colli di Fabio Montorsi + relazioni tecniche link alle gallerie fotografiche |
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Aggiungete voi un altro superlativo di vostro gradimento per descrivere la Valpelline, che ci acccoglie con il suo cielo blu vezzosamente ornato da nuvolette bianche, prati verdi da cartolina, fiori di ogni sorta, il bianco delle vette più alte all’orizzonte, fontina e mocetta da sballo. Zaino in spalla e muscoli ben caldi, partiamo dal lago di Place Moulin (1980 m) (ma quanto sei azzurro, o lago di place Moulin?) alla volta del rifugio Aosta (2781 m): quasi 10 km di scarpinata (e 800 m di dislivello) attraverso il vallone e la morena per arrivare al piccolo accogliente rifugio in pietra che ci ospiterà per la notte, situato alla base della seraccata di Tza de Tzan. Lo zaino è carico di tutto ciò che serve per tre giorni FUORI: fuori dalla città, dal telefono, dallo smog, dalla società, dalle incombenze; è carico di poche cose essenziali e di tanti sentimenti diversi: …curiosità… ce la farò?…avventura…ignoto…magia…e la meteo? Meraviglia… paura…BOH!! Il progetto è quello di una traversata sul ghiacciaio fino al rifugio Nacamuli, nella comba d’Oren attraverso tre colli, circa 1000 mt di dislivello ben distribuiti tra su e giù, in circa sei ore di marcia: insieme a me ed all’inseparabile Enrico ci sono l’ineguagliabile Fabio e l’infaticabile Lidia (io scrivente sono l’ineffabile Fra). Bene, carte scoperte. Rien ne va plus. Si parte. Dopo la sveglia alle 4 del mattino e una micragnosa colazione da rifugio (ovvero tra il legnoso e il cartonato), overdose di pappa reale e si parte all’attacco del ripido pendio buio e senza fine che, con ciliegina finale di roccette di II incatenate, ci sputa dritti dritti alla sommità del Col de la Division (3.314 m), senza se e senza ma (anche se lungo il percorso c’è chi non si rassegna e litiga con ramponi e rocce…l’è dura la mattina!). Una volta guadagnato il colle il panorama si apre… spettacolo! Da qui procediamo in cordata, siamo sul ghiacciaio: scendendo superiamo la seraccata di Tza de Tzan e ci portiamo, non senza conseguenze (ovvero a qualcuno finisce una gamba in un buco e si spiccozza lo zigomo…e il sangue scorre!) fino al col du Mont Brulè (3213 m). La vista è unica: è sorto il sole e si vede il rifugio Aosta piccolo piccolo là sotto, la Dent d’Herens ci saluta e ci invita, ricambiando decliniamo cortesemente, per oggi ad altri lidi approderanno I nostri legni (leggi: le gambe…) Sguardo all’orizzonte e nari frementi, una volta placate fame e sete, usmiamo la traccia come stambecchi d’alta quota in cerca di sale e via, si riparte. Ravaniamo non poco nella discesa dal col du Mont Brulè: infingardo ed insidioso, il pendio è franoso di terriccio ammollato e massi in movimento che cercano di ostacolare il nostro procedere imperterrito verso le tagliatelle del rifugio Nacamuli. Tuttavia abbiamo la meglio anche sul perfido colle e ricominciamo la discesa costeggiando la sinistra orografica del ghiacciaio di Arolla, che a giudicare dall’aspetto deve aver conosciuto tempi migliori (ovvero spegnete quei maledetti condizionatori e andate in bici!). L’aspetto scrauso della massa glaciale, tra lo stitico ed il grigiastro, non deve tuttavia condurci in errore: una serie di crepacci maliardamente allineati e malvagiamente camuffati tenta invano di inghiottire gli arti inferiori della nostra infaticabile compagna di ventura Lidia, che atleticamente si trae d’impaccio con autentico savoir faire e sobrietà. Continuiamo a camminare, il tempo è splendido, tabella di marcia ok, passiamo sotto punta Kurz (…adoro l’odore del napalm alla mattina…che film è?) e costeggiamo il contrafforte della Vierge che ci saluta smollando allegramente a valle un macigno grande così, anzi, COSI’. Tutto questo sgambare ci mette un certo appetito, quindi una volta giunti alle pendici del col Collon ci accomodiamo per un picnic. Riempiamo le budella e, come Ulisse alle prese con le donne dalla coda di pesce, resistiamo alla tentazione di costruirci un tipico igloo di sassi per vivere per sempre in questo posto magico, cacciando stambecchi e depredando I pochi esseri umani di passaggio per la sopravvivenza. Optiamo quindi per raggiungere il rifugio Nacamuli, luogo comunque poetico ma assai meno impegnativo: affrontiamo la salita fino al Col Collon dove, sulle spoglie mortali del ghiacciaio d’Eveque, ci divertiamo a costruire le dighe nel torrentello glaciale che solca la neve con le sue acque gelide…! E adesso, giù! Caracolliamo leggeri (si fa per dire) fino al fantastico rifugio Nacamuli (2828 m, ovvero l’astronave di Star Trek oltre I Confini dell’Alpinismo approdata sulla terra) dove ci accolgono tante bandierine himalayane colorate e sventolanti ed uno sherpa nepalese, che ci accudisce sorridente per due giorni. Questo rifugio è fantastico: nuovo, pulito ed accogliente, si mangia da re (pasta E minestrone, verdurina fresca, dolci, una pacchia) e c’è persino una mostra di acquerelli alle pareti! Ehi! Ma non siamo mica finiti quassù a fare la fine dei maiali all’ingrasso! Cioè, non solo quello! Quindi la mattina dopo partiamo con calma alla volta di Punta Kurz (3496 m): superato il ripido pendio che porta alla cresta si apre uno scenario incredibile, con tanto di laghetto glaciale dal blu commovente. Scagliamo 2 o 3 sassi per infrangere la crosticina ghiacciata del lago e ci leghiamo per affrontare gli ultimi metri di cresta fino alla cima. Si oscilla fra brivido e meraviglia ma manteniamo sempre la concentrazione: dritti e precisi fino in vetta, raggiungendo gli altri. Gran fermento di pixel: foto a gogò! Salutiamo di nuovo Dent d’Herens e Dent Blanche laggiù, Becca d’Oren e gruppo dei Boquetins, l’Eveque, il Mitre de l’Eveque e chi più ne ha più ne metta, il Ghiacciaio di Arolla e tutti quelli che mi conoscono…questo sì che è cinema! Di nuovo al laghetto sulla base della cresta, il colore è magnetico: resistiamo alla tentazione di dragarne il fondo e bucare un canale nella cornice nevosa allo scopo di dare vita a meravigliosi giochi d’acqua nella valle, su originale idea di Fabio. Sarà la quota, il panorama, magari tutto questo camminare e camminare, ma ci è venuta una gran fame! E quindi, di nuovo giù al Nacamuli per un bel piatto di polenta valdostana, servito dal nostro ormai fidato Pasang Sherpa. Satolli e felici ci sdereniamo al sole e a questo punto non rimane altro che un breve vescica contest: vittoria incontrastata di Lidia, con l’intero tallone sinistro spellato a carne viva, complimenti signorina un gran bel record, anche l’ineguagliabile Fabio sostiene di non aver mai visto nulla di così trash in anni e anni di Soccorso Alpino. Io mi accontento di un onesto II posto, con vescica su alluce drenata in diretta grazie al kit da cucito patagonico fornitomi dalla vincitrice. I maschietti: loro niente, neanche un callo, hanno I piedi dolci. Sarà… Un ringraziamento speciale ai componenti della valorosa congrega alpinistica che mi ha sopportato e supportato: Fabio, Lidia ed Enrico. Francesca Zanetti
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Sono tante le sensazioni che ci accompagnano in montagna, nel percorrere la salita al rifugio Aosta situato nella stupenda Valpelline, quella che si avverte più forte è la percezione del viaggiare, si perché quello che si compie nel raggiungere il rifugio è veramente un viaggio. Si parte da un lago dal colore turchese così incredibile da sembrare finto, per poi attraversare una foresta con alberi centenari superati i quali ci s’inoltra in una valle sterminata che sembra non finire mai. Le rocce che la racchiudono cambiano colore in continuazione, prima grigie, poi rossastre, poi nere, nel fondo il bianco della seraccata di Tsa de Tsan. La salita è lunga ma non faticosa, l’ambiente induce alla riflessione, saliamo passo dopo passo avvolti dai nostri pensieri e da una forte sensazione di solitudine tutt’altro che spiacevole. Il rifugio, dopo avere superato le ultime rocce attrezzate, ci accoglie, è veramente piccolo ed arroccato, l’ambiente circostante è aspro e coinvolgente al tempo stesso. Il nostro programma prevede la traversata al rifugio Nacamuli superando tre passi ed altrettanti ghiacciai. Dopo un pasto abbondante andiamo a dormire, domani ci alzeremo molto presto. Il rifugio Aosta si raggiunge partendo dalla diga di Place Moulin 1990 m, il percorso è molto lungo, dopo avere superato il lago, si risale interamente il vallone morenico che conduce ai piedi del giacciaio di Tsa de Tsa, sulla sua sponda destra a 2890 m si trova il piccolo rifugio, 30 posti 4.00-4.30 ore Sono le quattro di mattina, l’ora della sveglia, ci alziamo, le gambe sono un po’ legnose, risentono delle fatiche del giorno prima, riusciamo in un qualche modo ad inghiottire la colazione e poi fuori, si parte, il gestore ci saluta e ci augura buona gita. L’inferno: il sentiero che ci condurrà al Col de la Division, parte subito dietro al rifugio, il giorno precedente ci appariva molto evidente, ora però è buio, e tutto acquista una dimensione diversa. Iniziamo a salire con la luce della frontale, dopo poco la traccia si porta ad un primo nevaio. La neve è ghiacciata, occorre calzare i ramponi, superato questo tratto il sentiero inizia ad inerpicasi su di uno sperone roccioso veramente ripido. La fatica comincia a farsi sentire, rari ometti ci segnalano il percorso che non sempre è evidente, alcuni passaggi richiedono prudenza, una caduta ci farebbe rotolare fino al rifugio. Giungiamo così ad un ultimo pendio nevoso, calziamo nuovamente i ramponi e, piccozza alla mano, traversiamo il ripido pendio verso le rocce. Il primo colle non è distante, aiutati da catene risaliamo la parete, non sono passaggi difficili, ma il terreno franoso richiede attenzione, il sole ci sorprende al Colle della Division, spettacolo incredibile di luce e colori, siamo usciti dalle tenebre dell’inferno. Dal Rifugio Aosta al Col de la Division sono 500 m di dislivello, gli ultimi 100 m su rocce attrezzate, il percorso è ripido e faticoso, l’eventuale presenza di ghiaccio sulle rocce lo può rendere delicato. Il Purgatorio: Il ghiacciaio di Tsa de Tsan ci appare in tutta la sua bellezza, dopo aver formato le cordate, iniziamo a discendere e con lungo giro verso sinistra, raggiungiamo una modesta seraccata. La neve invernale ricopre ancora il ghiaccio, la zona è fittamente crepacciata, occorre prestare attenzione. Nonostante la nostra prudenza un componente della cordata sfonda la sottile crosta di neve ed infila una gamba in un crepaccio, niente in tutto, capita, ma questo ci rende ancora più guardinghi. Raggiunta la massima depressione del ghiacciaio iniziamo a risalire al secondo colle che già avevamo individuato. Il sole inizia a riscaldarci in modo implacabile, la neve però tiene ancora, raggiungiamo il Colle del M. Brulè che sono da poco passate le otto del mattino. Ora occorre scendere per raggiungere il ghiacciaio di Arolla. Quello che vediamo non è certamente incoraggiante, un ripido pendio di rocce e fango indurito dal gelo e tanti massi di tutte le dimensioni. Iniziamo a discendere, la prima parte la superiamo agevolmente, il terreno ancora gelato ci facilita il compito, verso la fine del pendio le cose però si complicano. Le rocce sono veramente molto friabili, la pendenza più accentuata rende insidioso il procedere, alcuni sassi ci sfiorano, l’ultimo passaggio per raggiungere il ghiacciaio si svolge tra fanghiglia grigiastra e sassi instabili, ma finalmente mondati dai nostri peccati usciamo dal purgatorio. Dal Col de la Division si percorre il ghiacciaio di Tsa de Tsan, inizialmente si perde quota dirigendosi verso quello che rimane di una seraccata, poi si inizia a salire in direzione dell’evidente Colle del Monte Brulè. Dal colle occorre discendere un pendio di rocce e sfasciumi veramente sgradevole, il pendio lungo circa 100 m è bene affrontarlo prima che il sole lo rammollisca, l’ultima parte è la più ripida e pericolosa, attenzione alla caduta di sassi. Il Paradiso: Il ghiacciaio di Arolla scintilla al sole, certo, questi disastrosi anni di surriscaldamento lo hanno profondamente provato, pero l’ambiente è ancora decisamente di alta montagna, austero al punto giusto, con morene, seraccate ed ardite pareti rocciose. Ora si tratta di raggiungere il terzo colle. Purtroppo si deve perdere di quota, e non poco, iniziamo un largo giro a debita distanza dalle rocce e dai seracchi del M. Brulè e della Punta Kurz. La neve comincia a rammollirsi, il ghiacciaio appare innocuo, la sua pendenza modesta, ma nonostante tutto un’altra gamba si infilerà in un crepaccio. Giungiamo così alla base della Vierghe, è il momento di una sosta ristoratrice, approfittiamo di un cordone morenico per mangiare qualcosa e per dissetarci. Poco più di cento metri ci separano dall’ultimo colle. Faticosamente li risaliamo, la neve ora lascia il posto al ghiaccio, rigagnoli d’acqua scorrono tra i nostri piedi, poi finalmente il Col Collon la nostra ultima fatica, il paradiso. La nostra lunga gita sta per concludersi, dal sentiero guardiamo il rifugio Nacamuli, tra poco lo raggiungeremo, ci aspetta il meritato riposo e cibo caldo cosa si può volere di più. Si percorre il ghiacciaio di Arolla tenendosi sul suo lato sinistro ai margini della costiera M. Brulè – Punta Kurz, si scende fino a raggiungere la caratteristica cima rocciosa della Vierghe, la si aggira e infine si risale al Col Collon, lo si supera e si inizia la ripida discesa su sentiero segnato in direzione del rifugio Nacamuli, che con un’ultima breve salita si raggiunge. Al rifugio Nacamuli, rimaniamo sorpresi per l’abbondanza e la qualità del vitto, che naturalmente sarà molto gradito da tutti. Sono le otto di mattina, si scende a valle, una sottile pioggerella cade insistente, tutti infagottati nelle giacche a vento partiamo. Il sentiero attraversato un tratto morenico pianeggiante inizia a calare decisamente verso valle. La pioggia fortunatamente dura poco, l’ambiente cambia in continuazione, dall’asprezza dell’alta montagna, alla pace e serenità che solo gli alpeggi ti sanno trasmettere. E poi ecco di nuovo il lago con quel suo incredibile colore, adesso il viaggio è veramente terminato, ma le nostre menti, quelle sì infaticabili, sono già proiettate verso future mete... il più sarà comunicarlo alle gambe. Fabio Montorsi
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